Cinque cose belle della vita

Dopo l’ormai lontano bilancio dei miei 40 anni, eccomi a buttare giù qualcosa che sa vagamente di… avvicinamento alla dipartita da questa valle di lacrime. Dopotutto, nessuno è eterno! Ebbene, ho deciso di fissare in una classifica le cinque più belle cose della vita. Della mia vita, ovviamente. Non ci troverete certi valori ostentati ossessivamente nei social, messi in saldo nelle canzonette e nei libercoli da quattro soldi, banalizzati nei discorsi spicci del piccolo borghese. Sono valori miei, solamente miei.

Ecco dunque le 5 cose più belle della vita by Marco Bonatti ;-)

1) SAPER DARE UN NOME ALLE STELLE Purtroppo ho conosciuto tardi la più grande gioia della mia vita. Alzare lo sguardo, puntare il dito verso una delle mille luci che scintillano nel cielo e poterne raccontare vita, morte e miracoli è qualcosa di MAGICO. Di una bellezza senza fine. Non è una favola, è di più. Perché quella lampadina colorata nel cielo ha atteso cento, anche mille milioni di anni (mille milioni!) prima che tu la notassi. La sua luce rossa, blu o gialla ha coperto distanze inimmaginabili solo per posarsi sui tuoi occhi. Un appuntamento che trascende il tempo e lo spazio. Ma che meraviglia è mai questa?

1) a pari merito ;-) IL MARE. Il destino mi ha giocato un brutto scherzetto… famiglia per parte di madre fatta di marinai, trasferitasi (dannazione!) per lavoro in Alto Adige, dove poi sono nato io. So bene perché amo tanto il mare: è la destinazione delle mie fantasie infantili, è gioia di partire all’alba armato di paletta e secchiello alla fine della scuola, è la pista per le biglie sulla sabbia, è tuffarsi tra le onde e addentare poi stanchi e felici un panino alla cioccolata sotto l’ombrellone, cullati dalla brezza fresca. Ma con l’età adulta ho scoperto che il mare è molto di più… è perdere il proprio sguardo verso l’infinito, è impagabile serenità nel guardare il punto all’orizzonte dove cielo e mare si fondono, è la meravigliosa sensazione che nulla si frapponga tra te e l’immensità. L’esatto opposto della prigione in cui vivo, dove lo sguardo non può che posarsi su montagne grigie e incombenti, odiose barriere che tolgono fiato e fantasia. Ma il mare, da un po’ di tempo, fa rima con Casteldimezzo. Il mare voglio guardarlo dalla sua fantastica balconata. Vorrei stare lì a guardarlo sempre e per sempre. Tutto il resto, tutto, conta davvero poco.

3) LO SPORT E LA FATICA. Siamo nati per muoverci, e non certo per restare sul divano a ingozzarci di porcherie con lo sguardo perso in un aggeggio elettronico. Il nostro corpo è lo stesso dei nostri progenitori preistorici, ha una naturale tendenza a correre, saltare, farsi male e rialzarsi. Soffocare questo istinto, comprimendolo in quattro mura riscaldate all’inverosimile in inverno e innaturalmente raffreddate in estate, costretti su una seggiola ore e ore ogni giorno, è la peggiore offesa che possiamo fargli. Quando mi ritrovo a pedalare in salita, con un occhio al contachilometri, il sudore che cola, i muscoli che friggono ma con la stupenda consapevolezza che in cima ci arriverò, eccome se ci arriverò… beh, un sorriso si accende sempre, anche se il cuore sta battendo all’impazzata ;-) E in quei momenti mi sento davvero ME STESSO. Quello, e solo quello, è Marco Bonatti.

4) LE MIE AVVENTURE IN BICI, quelle con il trofeo Bonatti e quelle in bici+treno. Quanti ricordi, quanti ricordi! Quanto freddo, caldo, fatica, paure affrontate e superate, emozioni, sfide. E quante volte la bici e mio padre Carlo sono stati un tutt’uno… lui mi ha trasmesso questa fantastica passione, lui mi ha insegnato tutto, lui ancora oggi è al mio fianco mentre sbuffo in salita, anche se non c’è più da tanti anni.

5) IL RUMORE SECCO DELLA CATENA CHE SCENDE SUL PIGNONE quando punti la strada davanti a te, con lo sguardo cattivo, quasi fosse un urlo di battaglia. Non conta chi è il tuo avversario in quel momento: un altro ciclista, le tue paure, la vita stessa. Tu gli scatti in faccia, comunque. È una sfida che travalica il ciclismo. È rilanciare anche quando dinnanzi a te sembrano non esserci prospettive. Questo mi ha insegnato il grande Marco Pantani. La bici che torna, ancora una volta, compagna e maestra di vita.

Non sono cambiato da quel lontano bilancio dei 40 anni. E non cambierò. Non ci riusciranno.

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