Correlazioni tra tipi litologici e microclimi

Sono tanti i fattori che concorrono alla formazione di un microclima, dall’esposizione rispetto a correnti di diversa origine all’influenza di grandi masse d’acqua, dalla morfologia del territorio alle interferenze indotte dall’uomo. Tra essi, però, la natura della roccia in posto non trova spesso la dovuta considerazione.
A questo proposito si può portare l’esempio di Bolzano, città nella quale si registrano temperature più miti del contesto alpino circostante. E’ risaputo che ciò deriva principalmente da fattori quali la protezione offerta dalla catena alpina ai freddi venti settentrionali e dalla modesta altitudine, ma l’esperienza e le osservazioni personali mi portano ad affermare che la discreta capacità di assorbire il calore solare del porfido (che costituisce buona parte delle pareti rocciose attorno alla città) ha la sua non trascurabile importanza.
Tale influenza è particolarmente evidente dopo i pomeriggi invernali ben soleggiati, molto frequenti in questa zona, e si esplica in un contenimento delle minime notturne.
In queste occasioni, scendendo (non in auto, ovviamente!) lungo le ripide strade che attorniano la conca bolzanina, è infatti possibile avvertire un certo tepore anche decine di minuti dopo il tramonto proprio in prossimità delle pareti ben esposte a sud. La roccia in posto, materiale vulcanico effusivo risalente al periodo Permiano (tra 275 e 255 milioni di anni fa), garantisce un efficace assorbimento della radiazione incidente e un lento rilascio dopo il tramonto.
Per usare un termine tecnico, si parla di elevata “capacità termica” della roccia, un valore che è circa la metà di quella dell’acqua, elemento quest’ultimo che rimane comunque predominante nel modificare il clima. Ecco dunque un fattore che contribuisce all’instaurarsi del sorprendente regime termico soprattutto sul versante settentrionale della conca, con distese di fichi d’India (!) che al termine delle annate più calde giungono addirittura a fruttificazione, evento peraltro ignorato da gran parte dei bolzanini.
Importante a questo punto una ulteriore considerazione sul colore della roccia: in caso di tonalità chiare (es. calcare o granito), la capacità termica risulterà minore rispetto a rocce più scure (es. basalto). Questo per il principio fisico secondo il quale il colore che i nostri occhi vedono come “bianco” deriva dalla riflessione di tutto lo spettro della radiazione incidente, il nero invece dal suo totale assorbimento. In virtù del suo colore rosso bruno, il porfido altoatesino è dunque in grado di immagazzinare efficacemente calore durante le assolate giornate invernali, in occasione delle quali, a differenza delle non lontane località padane, l’alta pressione regala cielo sereno e temperature relativamente miti durante le prime ore del pomeriggio. Le pareti rocciose si trasformano così in veri e propri termosifoni notturni, sulla cui efficacia sarebbe interessante effettuare un dettagliato studio scientifico.
Va precisato che questo tipo di roccia, che forma una struttura grossolanamente tabulare della superficie di circa 2000 chilometri quadrati e uno spessore tra 400 e 1.400 metri, è diffuso in buona parte del Trentino Alto Adige, dove non a caso le “oasi” a regime termico submediterraneo sono frequenti.

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