La città è morte

Dopo quasi 15 anni vissuti in collina, con tante belle avventure da ciclopendolare, varie questioni mi hanno indotto a tornare a vivere in città. Ebbene, ora che ho un termine di paragone ben preciso, lo posso affermare con sicurezza: la città è morte!

La città appartiene agli automobilisti, ma ancora più alle automobili. Perché grazie a strade e vicoli che arrivano ovunque, quasi fossero i mostruosi vasi afferenti un tumore, i gas di scarico possono portare il loro velenoso effetto fin sotto le finestre di ognuno di noi. È delle automobili perché si infiltrano ovunque, occupano spazi riservati ai pedoni e alle bici, sbucano da ogni dove, feriscono, investono e uccidono con l’arroganza di chi sa che il numero, rispolverando un motto del ventennio fascista, è potenza.
La città è degli infelici costretti in gabbie di metallo su quattro ruote, è di chi esce dal garage con una mano sul volante ma con gli occhi già puntati sul nuovo post di Facebook, che accende la sigaretta subito prima di immettersi in una interminabile e fumante fiumana di metallo.
La città è il regno dei rumori, lo sgommare delle auto, i clacson che sfogano rabbia e frustrazione, i macchinari un tempo azionati dalla forza muscolare e ora vomitanti smog e fracasso, le liti per un parcheggio, i poveri cani che ululano stressati quanto i loro padroni, le sirene di ambulanze, pompieri, forze di polizia, perché in una città qualcosa succede sempre.
La città è il regno della frenesia e dell’immobilità nello stesso tempo, è muoversi a passo di lumaca lungo vie ingolfate d’auto avendo perso i cittadini la capacità di contare sulle proprie gambe e sulle proprie forze. La vita in automobile come una disabilità indotta, a cui pochi hanno la voglia e la forza di sottrarsi.
La città è il regno delle ombre in inverno, con i palazzi che schermano il sole proprio nel periodo in cui ne avremmo più bisogno, ed è fornace d’estate, con il cemento di strade e parcheggi che si arroventa e rende l’aria irrespirabile.
La città è una selva di antenne e ripetitori posti (e nascosti) in ogni dove. Un giorno qualcuno stabilirà l’effetto sulla nostra salute di questo continuo bagno di radiazioni elettromagnetiche.
La città offre una prospettiva distorta della realtà: pianura, montagne, nuvole, cielo, tutto appare a spicchi o a strambe figure geometriche incastrate tra caseggiati, cemento, strutture di metallo.
La città è il regno dello sporco, dei rifiuti gettati alla meglio, dei cassonetti straboccanti che denotano la stupida opulenza di chi ha già tutto il necessario e desidera il superfluo.
La città, strano a dirsi, è inquinata anche di luce, che impedisce l’osservazione del cielo notturno. Niente stelle uguale niente sogni. È un’equazione fin troppo semplice, anche se davvero pochi sembrano conoscerla.
La città schiaccia l’anima e ci rende insofferenti a tutto, impegnati allo spasimo nel portare a termine il nostro (utile? a chi?) compito quotidiano.

La città è il regno del cancro, delle malattie respiratorie, dei morti per cardiopatie, dei disturbi psichici.
La città è MORTE.

25 gradi in casa e automobile usata a sproposito. Ecco, questa è la città.

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